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lunedì 19 gennaio 2009

ARRIGO "BULOW" BOLDRINI

Arrigo Boldrini "Bulow": Comandante partigiano

Uno scritto del leggendario comandante Bulow (Arrigo Boldrini, Ravenna, 6 settembre 1915 - 22 gennaio 2008).
Comandante (partigiano)
La figura del comandante partigiano è fondamentalmente legata a due qualità del volontario: la capacità di comando nelle particolari condizioni della guerriglia e dell'attività di sabotaggio e controsabotaggio, e la fiducia accordatagli liberamente dai volontari a lui sottoposti come un sostanziale elemento per poter assolvere al proprio incarico. Soltanto in talune bande cosiddette "militari", agli albori della Resistenza; e in seguito in talune formazioni "autonome", l'aver rivestito un grado nelle file del disciolto esercito regio fu ritenuto titolo per l'assegnazione di comandi. In tutte le formazioni "politiche" - Garibaldi, GL. Matteotti, - e in un'alta percentuale delle formazioni definitesi "autonome", l'incarico di comando, dai gradi inferiori a quelli più elevati, dipese sempre dalla constatata, pratica esistenza nel candidato tali doti. Gruppi di politici che diedero vita alle bande dalle quali sarebbero sorte le grandi uninità partigiane appunto di "colore", rifiutarono fin dall'inizio ogni genere di riconoscimento di comando a quegli ufficiali, specie di carriera, i quali richiedevano di essere ammessi fra i partigiani ma a patto di mantenere il grado in precedenza rivestito o di essere comunque investiti di responsabilità da comandanti 'e questo fu il motivo per cui, in nume-osissimi casi, i postulanti si astennero dall'entrare nelle formazioni partigiane). Era infatti assurdo concedere riconoscimenti del genere; non soltanto perché le prove fornite da un'infinità di quadri dell'ex esercito durante la guerra erano state scadenti e perché nello spirito dei volontari partigiani - in particolare di quelli che avevano già sperimentato la vita militare - restava una profonda sfiducia nei sottufficiali e negli ufficiali, soprattutto se di carriera e dei gradi superiori. L'esercizio del comando, nella guerra partigiana, richiede attitudini che le tradizionali accademie militari e i tradizionali corsi di addestramento delle forze armate italiane non avevano mai vagliato, attenendosi a criteri di tutt'altro genere - in parte anche per ragioni oggettive, stanti le diverse esigenze degli eserciti regolari - e concependo la gerarchia secondo scale di valori che urtavano perfino i principi ispiratori stessi della guerra di popolo. Perciò, il comandante partigiano fu essenzialmente un volontario cui veniva affidato un incarico- non un grado - sulla base dei risultati pratici del suo impegno, incarico revocabile in qualsiasi momento e costantemente sottoposto al giudizio di validità dei subordinati. Questo giusto criterio permise alle formazioni di far emergere dal proprio seno comandanti che, oltre a diti di coraggio fisico, di prontezza intuitiva, di fantasia (coefficienti indispensabili per dirigere unità nella guerriglia), possedevano la consapevolezza dei canoni centrali della guerra partigiana, e cioè: amministrare saggiamente le poche risorse in mezzi bellici, indumenti, generi di sostentamento disponibili; risparmiare al massimo le vite umane, avendo un rispetto fraterno per ciascuno dei propri volontari; sapersi assumere con intelligenza e ponderatezza ogni tipo di responsabilità, nelle circostanze più diverse, senza attendere decisioni superiori, che possono tardare o non venire, organizzando nella maniera più funzionale ed efficace l'attività del proprio reparto.Non infrequenti furono i casi di designazioni di comando che, prima di divenire effettive, erano sottoposte al voto dei volontari radunati appositamente; e lo stesso avvenne per le revoche di incarichi a elementi dimostratisi incapaci nelle proprie mansioni. e' bene puntualizzare che la "capacità" di comando sottintendeva quindi anche, e in misura non piccola, una capacità di cogliere e di valutare di cogliere e valutare con acume la speciale psicologia del volontario: il quale sapeva di non essere un "numero", come negli eserciti normali, era fiero della propria autonoma scelta di lotta, esprimeva rabbia e intolleranza verso troppe abitudini autoritarie e troppe bardature formali e retoriche che erano state i vizi dell'esercito italiano.Egli quindi pretendeva, a buon diritto, di non essere un cieco strumento di ordini insensati, di poter ragionare con la propria testa e, nei limiti in cui era compatibile con le esigenze della disciplina di guerra, di poter discutere e far ascoltare le proprie opinioni. Pertanto, questo esigeva che il comandante esercitasse le proprie funzioni da democratico, da compagno di lotta e non da "superiore", studiandosi inoltre di comprendere le differenze dei temperamenti, delle predisposizioni intellettuali e pratiche di ciascuno di quelli che doveva guidare. In ultima analisi, si scopriva insomma che i comandanti migliori, per essere tali, esprimevano qualità umane e d'intelligenza aperte a tutti gli stimoli, e dunque erano dei "politici" nell'accezione più sonora del termine, anche se difettavano di una precisa preparazione dottrinale e ideologica.["Comandante (partigiano)",

da: Arrigo Boldrini, Enciclopedia della Resistenza, Teti editore, Milano, 1980, pag. 103-105]

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